STUDIO DEL CANTO: RITORNO ALLE ORIGINI
In questi giorni ho avuto la possibilità di riflettere su certi comportamenti umani durante l’esecuzione e lo studio degli acuti. Sono stati da sempre “note dolenti” anche per me, fin dai primi anni di studio. La pratica rock dai cui provengo infatti è, nell’immaginario di un giovane cantante in erba, totalmente fuorviante in questo ambito. Oltre ai cosiddetti “urlatori” che emettono note in posizioni pressoché irripetibili, anche i cantanti più tecnici sono soliti assumere espressioni facciali che denotano sforzo ed affaticamento.
Sono anni che continuo a ripetere che questo comportamento è spesso una sorta “recitazione” del cantante. Innegabile infatti che l’acuto espresso in maniera così cruenta accresca il pathos in una canzone rock. Gli esecutori lo sanno benissimo e con questi atteggiamenti ci giocano moltissimo! Ma attenzione a non voler imitare questi modelli d’atteggiamento fisico come se fossero veri, reali!
Fra i vari allievi che mi sono capitati, potrei distinguere a questo riguardo due categorie: 1) coloro che hanno intuito che certe note si emettono in falsetto e pertanto cercano questa via e 2) coloro che dimostrano d’avere una vera e propria fobia dell’acuto.
- Per i primi, spesso imitatori dei cantanti più apprezzati in ambito rock e metal (Halford in primis), il vero dilemma è comprendere come si possa emettere certe note estreme, con un’importanza timbrica degna di nota, senza pertanto rinunciare ad una buona omogeneità (nessuno ad esempio mi ha mai detto di voler cantare come King Diamond)!
- Gli altri invece considerano il falsetto un metodo sbagliato per affrontare l’acuto, pertanto cercano altri modi per fruire della zona alta della voce. Naturalmente senza studio il grido è l’espressione più facile da raggiungere.
Generalizzare è sempre sbagliatissimo di conseguenza prendete questa divisione a scopo puramente illustrativo. Quello che vorrei qui esplicare è la caratteristica comune a questi due tipi di allievi: la completa assenza di rilassamento durante l’acuto! Le motivazioni sono molteplici, anzi addirittura individuali! Ancora generalizzando si può dire che spesso tale comportamento deriva da imitazioni di “recitazioni d’autore” sopradette oppure dalla consapevolezza che un acuto emesso di gola non può uscire se non sforzando. Il reiterare tali errori porta inevitabilmente ad una fossilizzazione del processo fonatorio in posizioni sbagliate, deleterie rispetto al timbro che creano, spesso dannosissime per le tensioni enormi alle quali sottopongono le corde vocali.
Riuscire in questi casi a far comprendere agli allievi che un acuto esce solo se emesso in completa “rilassatezza psicologica” e, per certi versi, fisica, è davvero un’impresa. Capita infatti che di fronte ad un vocalizzo semplicissimo ci si lasci prendere dall’ansia dell’acuto e la gola si chiuda automaticamente per autodifesa, portando inevitabilmente a gridare.
Autodifesa dunque. È proprio da questa considerazione finale che è nato questo post. Vi siete mai chiesti come mai i neonati urlano come pazzi e la voce non sembra risentirne? Beh, forse perché non urlano, bensì cantano in modo non consueto, in modo “non temperato”! Il loro modo di respirare, emettere un tono, appoggiare sul fiato l’intera lunghezza del suono, la rilassatezza “psicologica” con la quale si affronta l’emissione (soprattutto non chiudendola in gola!), è infatti molto vicino all’impostazione classica di canto. Come alcuni di voi sapranno infatti, i neonati respirano di diaframma e solo con l’avanzare dell’età si disimpara questo processo così utile per l’appoggio della voce. Con la pratica fonatoria errata poi subentrano tutte le altre imprecisioni sopra citate.
Ora, non è certo mio obiettivo riportare eventuali soluzioni in questo post. È semplicemente impossibile far comprendere pienamente come si debba eseguire un acuto semplicemente “scrivendoci sopra”, senza poterlo letteralmente “vivere addosso” a sé. La mia considerazione parte dalla domanda: ma quando si comincia ad avere paura dell’acuto, ansia di emettere tali note estreme?
Forse per arrivare ad una ipotetica risposta serve una premessa. Sicuramente saprete quanto con l’età avanzino delle responsabilità e delle prove che oltre a farci crescere, maturare, educarci, fanno nascere una serie di paure, ansie e piccole inquietudini quotidiane che bisogna saper afforntare. Addirittura a volte sono queste stesse angoscie ad “imprigionarci” in una serie di comportamenti ,ritenuti socialmente validi e utili.
Infondo di una persona che non ha paura io ho sempre avuto paura!
Ma data questa premessa vorrei avanzare un’ipotesi assurda, paranoica, inutile eppure spero affascinante: se queste ansie non risparmiassero nemmeno le condizioni ideali per un canto libero da vincoli e da ansie del neonato, e pertanto distruggano lentamente, inesorabilmente, il processo di formazione di un buon acuto naturale in età adulta? E se l’acuto è effettivamente una delle massime espressioni della voce umana, non credete ci sia una forte relazione fra la propria autostima, la propria visione nel mondo e l’effettiva emissione libera durante il canto estremo?
Allora forse non è un caso che spesso dei problemi vocali siano più legati ad aspetti psicologici che tecnico-fisici.[1] O è forse un caso che spesso mi ritrovi a parlare, con gli allievi più sensibili, di aspetti negativi della loro vita? Non è forse che cantando per un’intera lezione si sentono già “scoperti”, nudi di fronte a me e pertanto non è così difficile poi parlare di sé, visto che lo si è già fatto in maniera diversa? Non è forse un caso che gli allievi più interessati a far bella figura che a esprimere qualcosa(qualcuno) durante il canto, siano i più freddi durante le esecuzioni?
Il canto come specchio dell’anima, momento d’estasi, ritorno all’infanzia.
Mi verrete quindi a dire che sono gli occhi lo specchio dell’anima. Nulla di più vero!
Ma perché allora quasi tutti gli interpreti, se lasciati liberi di esprimersi e non costretti da particolari circostanze, sono soliti chiuderli durante il canto?
Sarà un caso…
[1] di particolare interesse risulta la lettura dell’articolo "Un caso particolare di turbe dell’equilibrio" del prof. Gucciardo reperibile all’indirizzo linkato.