ECCO PERCHE’ E’ MEGLIO CH’IO CANTI
Ecco le impressioni di shifrapua, critico e filosofo e amico nonchè redattore del blog d’analisi cinematografica http://angelorizzi.splinder.com, sul lavoro di Fabio Liberatori, già da me in precedenza analizzato.
E’ bello vedere come uno stesso album possa dare pareri discordanti, ma soprattutto trovare dei consensi espressi in maniera totalmente opposta. Con una presunzione di logica da parte mia e con una apertura verso il vuoto, con un vero tentativo di volo verbale da parte di shifrapua.
Insomma è un piccolo scontro fra modi opposti di scrivere. E chiaramente è innegabile ch’io resti ferito a morte. Forse so esprimermi meglio in altri ambiti, ecco.
Ma bando alle ciancie! Offro in pasto al blog una nuova recensione, anzi riflessione, sul (caop)lavoro di Fabio.
A voi!
La 1 (Eyes do more than see) è melodicamente molto decisa e anche abbastanza orecchiabile, dato che riesco a seguire fin troppo bene la sua dinamica. Piacevole e robusta, ma non all’altezza delle migliori, in quanto il suo lirismo metafisico (che a volte riesce ad emergere) è subordinato – a parer mio – alla costruzione dell’insieme.
Strikebreaker ha un’ossatura musicale che è una meraviglia. Senza fretta riesce a percorrere parsec di spazio concentrandosi sulla dissoluzione del viaggiare, ossia si lascia assorbire completamente dal gusto della visione di quello che trova. Le note di piano s’intersecano, mi confondono e mi lascio confondere. Tutto questo forse in ragione del fatto che questo brano sintetizza una dialettica impossibilitata a risolversi: la dissoluzione dell’identità di un viaggiatore a contatto di paesaggi astronomici profondi contro la necessità di un identità equilibrata in grado di controllare in modo pressoché uniforme (ossia equilibrato) il materiale visivo. La prolissità della melodia non è secondaria all’insieme, dato che l’equazione del viaggiare comporta spazio fratto tempo.
Nightfall (ma da dove nasce? Non mi sembra sorella delle altre…) non sa decidersi. Frammentaria, e assolutamente inadeguata alla precedente.
Nobody Here But : incredibile affollamento di antiche suggestioni, estro figurativo memorabile, supporto ideale-musicale ricchissimo. Un’operazione artistica che nasce forse al calore bianco di un’esaltazione (mistica?). Vedo e sento sensazioni: un brano forse intento ad una meditazione che non partorisce niente… proprio per questo ancora più grande, più autoreferenziale. Bella, magmatica, e a tratti assurda nel suo dispiegarsi spontaneo.
L’istintiva vitalità di The machine that won the war mi impedisce di distinguere la sua bellezza dalla sua banalità. Troppo lieta. Troppo scontata. Anche se la felicità è impossibile (almeno per me), è comunque giusto darne una rappresentazione, ma The machine non centra il bersaglio.
The galaxy stock exchange: qualcosa in noi, nel nostro più profondo intimo – nel nostro corpo, anima, essere – ci minaccia con la dissoluzione e il caos. Grande atmosfera misteriosa, adeguata voce recitante che mette in pericolo l’adattamento del senso e delle cose. Un brano che ad ogni nota mi ricorda l’irreversibilità della freccia del tempo. Enormi suggestioni.
My son, the psysicist: statico. Forse perché teso a raccontare una situazione dove tutti perdono un autobus, dove tutti non sanno partire. Già, partire: ma perché?
Insert knob A in hole B: incipit del brano da antologia in quanto l’abisso in cui spinge l’ascoltatore è proprio dentro di esso. Un abisso che è un colorato subcosmo autistico dove è ancora possibile sgranare favole per adulti e, soprattutto, parlare di sentimento.
Il balenio improvviso della vita sul pianeta, l’attimo mirabile dell’esperienza, la realizzazione definitiva della morte: la vita dell’essere umano in neanche cinque minuti. Assolutamente geniale.
La 9 (The Up – to – date sorcerer) è forse quella che più mi ha fatto più male, ed è quindi una delle più belle. Riesce a creare in me qualcosa di estremamente evanescente, una sensazione che non alberga né nella felicità né nella tristezza. Una sorta di miracolosa sospensione, un’introspezione sulla vera natura della realtà. Una nostalgia per qualcosa che non conosco, un ri-tornare dove non sono mai stato. Capolavoro.
Nighfall-reprise: sono sempre dello stesso parere della 3.
Non amo tutto il jazz, ogni singolo compositore, dai primi agli ultimi. Ci sono artisti che non riesco a sentire, li trovo indigesti, non-comprensibili. Certamente anche il mio orecchio va costantemente affinandosi, e – ogni tanto – ripesco cd di qualche jazzman a me ostico proprio per cambiare punto di vista, cercare di adeguarmi al suo stile, leggere il suo percorso musicale. E questo fatto è molto più marcato qui, che negli altri tipi di musica, perché l’artista jazz riflette, in modo più ampio di ogni altro musicista, la realtà in cui è immerso nell’ora in cui volge la sua produzione: che non è ancora storia, ma è cronaca, costume, mescolanza di futilità con fatti e idee che poi si riveleranno importanti. Il jazz porta nelle sue note una cronologia tutta particolare. E questo aspetto va tenuto presente, perché chiunque voglia accostarsi al jazz deve (se non l’ha già…) costruire l’orecchio su certe melodie, avere la pazienza di continuare a ri-ascoltare pezzi, ri-tornare su certi passaggi, lasciarsi insomma contaminare.