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IL TEMPIO SACRO
Era da tempo che il padre ci pensava. Lasciare tutto! Tutto, si.
Lasciare questa via che portava alla vecchia casa dove abitavano; questo sole che ogni giorno li costringeva a rendere grazie per una nuova pesante giornata in povertà; questa moglie che, dedita com’era alla famiglia, tralasciava gli aspetti misteriosi della vita; questo lavoro che significava una solita giornata qualunque in questo qualunque villaggio dell’India. Basta, lasciare tutto insomma!
Aveva sentito parlare da un saggio maestro di un tempio sacro, lontano, più lontano del sole e della luna e più sacro del suo misero lavoro e della sua misera vita. Tanti vecchi aveva visto passare per le strade impolverate del suo villaggio. Erano liberi di procedere oltre il sentiero che conduce alla cascata, oltre le acque stesse del fiume che la creava; andare oltre. Semplice?
No, il padre sentiva di avere un cappio intorno al collo, capiva che aveva dei doveri che gli impedivano di proseguire oltre il suo cammino. Ed aveva passato gli ultimi anni della sua vita a pensare a come poteva risolvere questo suo sentimento di schiavitù!
Quella sera, una fresca sera di settembre ricca di stelle, capì.
Tutti erano già a letto, nella penombra di una candela osservò per l’ultima volta la sua famiglia: la moglie, nel suo letto troppo grande per una persona sola e i figli, tanto grandi per le culle in cui dormivano.
“Tanto piccoli eppure tanto pesanti…” disse fra sé e sé il padre. Poi guardò la moglie: “chi siete voi per tenermi qui, incatenato? Io devo andare oltre il fiume, oltre il sole e scoprire chi sono davvero, cosa voglio e cosa Dio ha scritto per me, sulla mia pergamena!”.
Si girò e fece per andarsene. Si volto solo quando gli parve che un vento gli sussurrasse qualche cosa, ma preso com’era dalla foga della nuova libertà non ascoltò il silenzio di quella sera che oramai stava morendo.
Era notte quando arrivò alla cascata. Il confine ultimo del villaggio dov’era nato. Nel frastuono di tanta acqua e nella penombra creata dalla luna non si accorse nemmeno quando giunse al di là del fiume e solo dopo molti passi capì di essersi finalmente liberato del rumore delle acque che da sempre aveva ascoltato. Rise rumorosamente nella notte! Ma nulla era cambiato in lui e lui non aveva trovato ciò che cercava. Quindi continuò.

Il sentiero lo condusse fino alle porte del sole che in quel momento stava dormendo. La notte calma e serena era a metà del suo cammino e il sole dormiva beatamente su di una enorme collina. “forse lui può aiutarmi…” pensò il padre e senza pensarci due volte cominciò a chiamare il sole a gran voce. E urlava e strepitava e più si sgolava più il sole sembrava perso nel suo dormire notturno. Quando l’uomo non ebbe più voce sentì che nulla era cambiato in lui e lui non aveva trovato ciò che cercava. Quindi continuò.

Camminò sempre più in alto e verso la fine della notte raggiunse la luna! Anch’ella si stava per coricare e nel silenzio completo dell’alba avrebbe svegliato il fratello sole. Quando vide arrivare l’uomo si stupì, ma si preparò ad accoglierlo con un sorriso. Il padre rimase inorridito da quella smorfia silenziosa che a lui parve tremenda e urlò con quanto fiato aveva in gola scappando oltre la luna stessa! Ella ci rimase talmente male che faticò ad addormentarsi e quel giorno, per un po’, si potè vedere la luna anche di giorno. Capita anche oggi perché da allora la luna ha l’insonnia e teme che possa arrivare un nuovo uomo urlante che gli rovini il silenzio dell’alba. Povera luna!
E il padre? Nulla era cambiato in lui e lui non aveva trovato ciò che cercava. Quindi continuò.
Sul fare dell’aurora vide finalmente, in cima ad una altissima rupe, il tempio sacro. Aveva un non so che di familiare e capì che quello era il suo tempio e quindi era nel giusto! “Ho saltato la cascata, guadato il fiume sacro, oltrepassato sole e luna per giungere a te!” gridò verso il tempio “e ora voglio una risposta!”. Cominciò quindi a correre verso la vetta e intanto parlava e parlava e più parlava più il tempio si avvicinava, l’alba sorgeva e la risposta tanto desiderata non arrivava. Quando finalmente arrivò dinanzi al tempio aprì rumorosamente la porta facendo entrare la luce del nuovo giorno… nella cucina di casa sua.
Sulle prime era inorridito e si chiese dove avesse sbagliato, piangendo rumorosamente. La moglie e i figli erano ancora lì, come gli aveva lasciati, sereni e dormienti.
Nulla era cambiato in lui e lui non aveva trovato ciò che cercava. Quindi pianse amare lacrime. Poi sentì di nuovo il sussurro a cui non aveva fatto caso prima della partenza.
Rimase finalmente in silenzio e ascoltò. In silenzio l’alba lo salutò e sempre silenziosamente gli parlò.
Il padre dapprima abbassò la testa per la vergogna e rimase in silenzio per molti minuti. E guardava. E ascoltava.
Poi, quando il suo amico sole fu sorto del tutto, gli sorrise, si alzò, andò in cucina e sempre in silenzio cominciò a preparare la più buona colazione che quella casa avesse mai assaporato, anzi che l’intero villaggio avesse mai gustato!
E ai passanti che incuriositi si fermavano dinanzi alla sua finestra, attratti dai succulenti odori che ne uscivano, egli diceva: “sto preparando un pranzo degno di un Re per il mio Dio che stanotte ha parlato!” e loro se ne andavano sorridenti, pensando a quanto fosse stato bello essere invitati alla mensa di Dio quel giorno.
Quando tutto fu pronto svegliò la moglie e i figli e, dopo aver ringraziato in silenzio, cominciarono a banchettare. Il padre che cercava Dio capì che egli gli aveva parlato molte volte durante la sua vita e che era presente nelle sue scelte, nei suoi figli e sua moglie, nella sua famiglia, in casa, nella sua stessa esistenza. Da quel giorno non pensò più di scappare, ma cercò di migliorare quel che era già stato scritto. Qualcosa stava cambando in lui e lui forse aveva trovato ciò che cercava. Quindi, contento, si fermò per sempre.
Da un breve e triste racconto di Rabinath Tagore, da me ampliato e rivoluzionato.
Leggi il prologo a: "il senso di una fiaba" all’indirizzo: http://mauroghilardini.splinder.com/post/5562707