Una Verità Universale può essere relativa?

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Questa è una semplice risposta dettata dal puro “senso comune” a chi critica la Dominus Iesus

Scrive sul blog di Tornielli Stefano Fiorito.
“50 anni di insegnamenti non ha interpretato nulla! Hanno ribadito che la Continuità c’è! Che il Concilio insegna quello che è stato sempre insegnato! PUNTO. Così anche la Dominus Iesus, che per quanto prezioso atto di Magistero che conforta nelle Verità di Fede, non spiega PERCHE’ è stata usata discontinuità e non spiega la discontinuità stessa. Afferma, ad esempio, che il “sussiste” usato al posto di “è”, riferito alla Chiesa “…volle armonizzare due affermazioni dottrinali: da un lato che la Chiesa di Cristo, malgrado le divisioni dei cristiani, continua ad esistere pienamente soltanto nella Chiesa Cattolica, e dall’altro lato « l’esistenza di numerosi elementi di santificazione e di verità al di fuori della sua compagine » [55], ovvero nelle Chiese e Comunità ecclesiali che non sono ancora in piena comunione con la Chiesa Cattolica [56]. Ma riguardo a queste ultime, bisogna affermare che « il loro valore deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità che è stata affidata alla Chiesa Cattolica » [57]. ”
Perché usare “sussiste”, dunque? Per “armonizzare” due affermazioni “dottrinarie”. A me invece risulta esserci una sola affermazione da credere PER FEDE: che l’Unica Chiesa di Cristo E’ quella Cattolica e che “extra ecclesia nulla salus”! Questo è da ritenere PER FEDE ed è presente anche nel CCC moderno. Mentre invece l’ “armonizzazione” non riesce quando si dice che anche altre confessioni e addirittura religioni, hanno “elementi di verità e santità” che uniscono alla Chiesa Cattolica… CHE SIGNIFICA? Verità e Santità sono PROPRI della Chiesa Cattolica, non ci possono essere “elementi”, poiché anche esistendo, è IL FALSO che rende falso TUTTO. Non è una “parte di Vero” che rende Vero tutto!
Che bisogno c’era di introdurre una NUOVA dottrina come questa, per giunta né definita, né chiarita, né armonizzata con quella precedente? Non basta definire armonico qualcosa perché lo sia.

Rispondo io cercando di chiarire almeno un punto LOGICO del ragionamento sulla Verità.

Stefano, lei come fa a discettare cosa è vero e cosa è falso?
Perché può ritenere di sapere cosa è il vero.
Perchè può ritenere di sapere cosa è il vero?
Perché ritiene che il Vero sia della Chiesa di Dio.
Dunque come stabilisce cosa è falso di una religione? Dal fatto che si allontani dall’unica verità che è la Chiesa di Dio.
E se questa ha elementi che si AVVICINANO alla verità unica che la Chiesa possiede?
Può dire che quegli elementi si avvicinano (o sono in molti casi – come negli ortodossi-  perfettamente conformi) alla verità, questo perché COINCIDONO (o tendono a coincidere) con la Chiesa di Dio, che lei ritiene vera.
Detto questo: lei ora… dove trova contraddizione in questo ragionamento?

EXTRA ECCLESIA NULLA SALUS dice lei! E io le dico: VERO!
Infatti non stiamo dicendo che i TdG salvano, quello è deduzione fallace che fa lei! E’ un secondo punto che ora non voglio trattare, cioè non voglio dimostrare che lei presuppone ciò che invece il documento, letto IN CONTINUITA’, non può assolutamente presupporre.
Io le dico semplicemente che la Verità è tale solo se è Universale. Solo se è VERAMENTE universale!

Analizzi una qualsiasi confessione religiosa. Se qualcosa ha in comune con la Verità, quell’elemento NECESSARIAMENTE sarà Vero!
E lo è necessariamente perché non può essere VERO SOLO NELLA CHIESA, altrimenti sarebbe un Vero relativo! Cioè sarebbe Vero fintanto che è descritto nella Chiesa, Vero perché RELATIVO alla Chiesa stessa e non UNIVERSALMENTE.

Una Verità Universale NON può essere relativa perché, banalmente, questo significherebbe che non sarebbe universale, dipendendo da qualcosa o da qualcuno.

E allora chi fra noi due, in questo caso, sarebbe RELATIVISTA?

Sul rapporto fra Magistero ed esegesi

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In questi giorni ho recuperato nell’immane archivio vaticano online una interessantissima disamina dell’allora Card. Ratzinger datata 2003 circa il rapporto fra il Magistero e l’esegesi biblica, o meglio la scienza biblica in generale.
Confrontandomi virtualmente con l’amico Don Barbaglia e con alcuni utenti del blog di Messa In Latino sono giunto ad alcune conclusioni provvisorie che voglio inserire nel blog per serbarne memoria.

Tutto parte da questo documento nel quale Ratzinger arriva addirittura a scrivere, con coraggio, questo:

«Rimane vero che il Magistero, con le decisioni citate, ha allargato troppo l’ambito delle certezze che la fede può garantire; per questo resta vero che è stata con ciò diminuita la credibilità del Magistero e ristretto in modo eccessivo lo spazio necessario alle ricerche e agli interrogativi esegetici. Ma resta altresì vero che, per quanto concerne l’interpretazione della Scrittura, la fede ha da dire una sua parola e che quindi anche i pastori sono chiamati a correggere quando si perde di vista la particolare natura di questo libro e una oggettività, che è pura solo in apparenza, fa sparire quel che la Sacra Scrittura ha di suo proprio e di specifico. È stata dunque indispensabile una faticosa ricerca, perché la Bibbia avesse la sua giusta ermeneutica e l’esegesi storico-critica il suo giusto posto.»
Card. Joseph Ratzinger

Che il passo sia coraggioso è parere mio e anche di Don Barbaglia, il quale constata anche l’immobilismo da parte del Magistero al riguardo.

Aggiungo a questa lettura anche un commento apparso in risposta ad altri miei su “messa in latino”. L’utente Gaspero mi scrive:

Le conclusioni a cui arrivano gli studiosi del 7Q5, cattolici e protestanti – Callaghan, Thiede, Spadafora ecc.- confermano le tradizionali datazioni della Chiesa, magari riducendo sia pur di poco lo spazio temporale dalla morte di Gesù. E, soprattutto, difendono la storicità dei Vangeli che i seguaci del cosiddetto metodo storico-critico tendono a negare per farne racconti evolutisi nelle comunità cristiane. Tesi che contrastano col Magistero (Providentissimus, Spiritus Paraclitus, Divino Afflante Spiritus, Humani generis ecc.) e con le conclusioni di seri studiosi che non sono certo privi di formazione storica e critica (si pensi, per limitarsi agli italiani, al Ricciotti, al Romeo, al Garofalo, allo Spadafora un cui libro suggerito da Pastorelli sono andato a rispolverare, e via dicendo).Ma siccome si fa il nome di Ratzinger, osservo che questi un po’ apre e molto chiude dinnanzi al metodo storico critico che sfocia nelle sue forme devastanti della Formengeschichte e Redaktiongeschichte, infestate di modernismo.Credo che chi ne abbia voglia possa sfogliare la ratzingeriana Esegesi cristiana oggi, Piemme 1991,p.98 ss. Non ho ora tempo per copiare almeno una pagina significativa, ma ne do un breve sunto. L’esegesi moderna, scrive il cardinale,contrasta con la tradizionale esegesi teologica confermata dalla Chiesa. Non tiene conto dell’Autorità nell’interpretazione, cancella la tradizione, l’interpretazione tradizionale è definita primitiva e prescientifica. La Dei Verbum cerca di conciliare l’inconciliabile. L’interpretazione di questa Costituzione ha messo da parte il suo fondamento teologico ritenendo che essa approvi soltanto il meotodo storico-critico. Così cade la distinzione tra esegesi cattolica e protestante. E purtroppo nella nuova esegesi cattolica c’è netta separazione tra esegesi e dogma.Sin qui Ratzinger.Concludo: l’esegesi, come la teologia, deve essere la serva della Verità proclamata dalla Chiesa. Non viceversa.

A Gaspero ho risposto così:
«Innanzitutto va sottolineato come la storiografia e l’esegesi abbiano ricevuto in questi ultimi anni una tremenda spinta (in avanti, indietro o di lato lo faccio stabilire al lettore) con le ultime scoperte in ambito archeologico/biblico.
Per dirla in breve oggi si dibatte sul metodo critico di Meier, sulle conclusioni dei poderosi tomi di Dunn, sulle fonti del Boyarin, sulle mancate pubblicazioni complete degli scavi di qmran, alle esegesi antropologiche di Pesce, le riflessioni di Jossa o quelle di Penna (sono questi gli italiani che si studiano all’estero…) ecc.
Questo non significa che ne sappiano di più del Ricciotti o dello Spadafora, ma sicuramente che hanno ELEMENTI NUOVI IN PIU’ per le analisi storiche rispetto agli anni 60-90. E si suppone che anche i grandi storici cattolici italiani da lei citati Gasperi, se fossero ancora vivi, avrebbero trovato interessanti alcune nuove evidenze e avrebbero discusso sul metodo storico.
Chiudere il metodo storico ad una Verità fissa è distruggere la scientificità stessa del metodo. E quindi anche togliere di mezzo il modo di comprendere meglio e più a fondo dei fatti da un punto di vista scientifico.
Il problema a mio dire non è demolire la scienza, ma dare alla scienza il suo riguardo specifico: come si può aver paura di un metodo che si basa per esistere sulla FALSIFICAZIONE? E allora!? Allora bisogna pensare al massimo di comprendere sempre meglio quali sono I LIMITI della scienza biblica i quali non possono essere amplissimi e soprattutto vanno ricompresi all’interno dei chiari errori magisteriali dovuti ad un allargamento di ambito!
Rileggiamo il Ratzinger DEL 2003 (che a quanto pare ha limato e CAMBIATO il prorpio modo di pensare del RAtzinger del 1991!):
“Rimane vero che il Magistero, con le decisioni citate, HA ALLARGATO TROPPO L’AMBITO delle CERTEZZE CHE LA FEDE PUO’ GARANTIRE; per questo resta vero che è stata con ciò diminuita la credibilità del Magistero e ristretto in modo eccessivo lo spazio necessario alle ricerche e agli interrogativi esegetici.”
Qui ha praticamente detto che se il Magistero si allarga a stabilire l’IN-credibile PER FEDE non è più credibile! Infatti credere l’IN-credibile (cioè il NON credibile poiché fuori ambito) è CONTRADDIZIONE.
Leggiamo Barzaghi cosa scrive in “Soliloqui sul divino”:
“non si crede ciò che si può credere – cioè ciò che fonda il credere -, e quindi il credere svanisce come tale (cioè nella sua sostanza) e ciò che permane è la sua parvenza: il credere di credere.
L’incredibile è nulla come credibile; dunque il credere l’in-credibile è credere nulla, cioè nulla come credere: non si crede nulla, cioè non si crede.
Ciò che rimane – se si continua a credere – è appunto la par-venza del credere, non la sua sostanza.”
Logica ineccepibile.
Quanto al 7Q5 invito alla lettura di questo PDF preciso ed aggiornato a firma di Gianluigi Bastia.»

Chiudevo l’intervento a Gaspero con una tirata volutamente polemica e probabilmente superficiale, ma nella quale volevo comunque sottolineare alcuni punti funzionali alla lettura delle Sacre Scritture:

«Ma tentando una semplificazione (pericolosa): anche se il 7Q5 non fosse vangelo, anche se gli storici datassero i Vangeli al IV secolo, o dicessero che oltre all’adultera in Giovanni sono interpolati altri episodi, a noi come fedeli che ci frega?!?
Noi crediamo ai Vangeli perché i Vangeli – e solo QUEI Vangeli così come riportati nella traduzione latina dogmata a Trento – sono accettati dalla Chiesa perché essa li ha riconosciuti come RISPONDENTI alla PROPRIA TRADIZIONE.
La samaritana è aggiunto? Evvabbeh, ma noi ci crediamo perché ci credeva la comunità. E’ quasi sicuro che è un episodio inventato? Eeeevvabeh, arriverà comunque da un altro episodio simile e il fatto che è stato inventato non significa che non sia “vero” nel senso che può benissimo rispondere ad un insegnamento di Cristo solo trasformato in un episodio e non nel monologo che fu! A supposizione scientifica fallibile, una supposizione logica derivante dal fatto che COMUNQUE la chiesa di tutti i tempi all’episodio e alla morale interna dava importanza!
Eh si, perché che Gesù sia passato dalla Samaria e abbia fatto davvero il dialogo poco importa: è quello che è insito nell’episodio a contare!
Tant’è che altrimenti una domanda nasce spontanea: com’è che Giovanni scrive questo episodio a cui assiste solo Gesù e la Samaritana?! E lo scrive con quella dovizia di particolari?
Beh, certamente deve derivare da un racconto di Gesù ai suoi e non dal fatto che quell’episodio è narrato come fosse un diario personale di uno spione.
E questo è rendersi conto di cosa si legge.»

A conclusione e sintesi propongo quindi quanto ho scritto in privato a Don Barbaglia; scritto nel quale tento una sintesi provvisoria del problema in essere:

il problema è proprio di mancanza di coraggio o forse di giusta prudenza pastorale a causa degli scontri fra due diverse metodologie di vivere la fede e i dettami Magisteriali: pre-conciliare e post- conciliare. Entrambi credo con errori ermeneutici di fondo. Frequento a volte il blog di messainlatino, ampiamente scaduto nei commenti con l’arrivo di Papa Francesco come puoi immaginare, e lì l’aria che si respira ora è ora di smarrimento totale, ora di tentato sedevaticanismo, ora di rabbia incontrollata, ora di accettazione con il mal di pancia. Su tutti domina chiaramente il sentirsi assolutamente nel giusto. E come gli si può dar torto visto che da giovani sono cresciuti con queste convinzioni indicate come assolute?!
Questo naturalmente contrasta con la logica minima: come può l’uomo, per sua natura, pensare di raggiungere “l’assoluto in sé”. Anche con l’aiuto divino della rivelazione questo assoluto sarà raggiungibile solo SPECULARMENTE, soprattutto quando si vuole PARLARE di questo assoluto attraverso il linguaggio umano il quale è sempre relativo. La visione mistica è silenziosa! Come pensare di eliminare le problematiche legate ai limiti del linguaggio umano nel parlare di “cose” divine (fra le quali anche il dogma)?

Naturalmente quando gli fanno domande di questo genere gli utenti ti tacciano di Hegelismo, di pessimo tomisto e come minimo bocciano dicendo di ricominciare a studiare.
Su questo ultimo punto naturalmeente hanno gran ragione, eppure in questi giorno sto ascoltando Padre Barzaghi OP (che d’accordo, è un tomista particolarissimo, però leggendolo come mai nessuno trova pecche nella logica?) e non mi pare di trovarci cose totalmente lesive della dottrina cattolica, anzi ci trovo LE ALI della filosofia della nostra fede!
Non riesco comunque a trovare delle colpe vere e proprie nei frequentatori dei blog tradizionalisti se non quello di cedere fin troppo spesso nelle paure millenaristiche (fides et forma del Colafemmina è in questo imbattibile) e alle teorie del complotto.
Resta il fatto che il paragrafo che hai sottolineato anche tu risponde ad una delle grandi domande che i tradizionalisti si pongo circa la credibilità del Magistero: secondo loro tale credibilità è venuta meno con il venir meno del Papa Re e delle condanne. Qui Ratzinger dice invece che il Magistero ha perso di credibilità perché ha parlato laddove non POTEVA parlare.
Il problema ora è, credo:
1 – comprendere dogmaticamente come gestire questo fatto: allargato l’ambito, fatto l’errore. Forse semplicemente basterebbe dire che il Magistero non sbaglia quando parla della fede e in quei punti non parlava di fede, ma resterebbe il problema di capire quali sono i confini della fede e quali quelli della scienza (la quale procede per falsificazione e pertanto è ERRABILE di principio)
2 – tutto il punto uno è fermo per paura immane di scisma interno alla Chiesa Cattolica, non solo con le sue frange sedevaticaniste o lefebvriane, ma anche con persone devote e studiose (anche se su statuti didattici vetusti) che già ora si ritrovano in un bel marasma e annaspano non poco.
Questa è la mia riflessione minima, sorta mentre tento di guardandomi intorno.
Per quanto mi riguarda credo che  sia impossibile pensare un cambio magisteriale in questi anni convulsi.
E temo, visto che a quanto pare il tradizionalismo più duro sta conquistando anche alcuni giovani se in esso ritrovano una bussola certa (ma ahimé oramai irrazionale) che più si aspetterà, più la frattura sarà dura.

Il cristianesimo NON E’ una religione!

“C’è la religiosità, che spinta al massimo diventa superstizione. Poi c’è la fede che, al minimo, è giusto giusto la paura di andare all’inferno e allora potrebbe risolversi di nuovo nella superstizione. […] ma non sono l’essenza del cristianesimo!
La religione è questo: superstizione e fede? D’accordo allora il cristianesimo non è religione. Anche se spesso è presentato come religione. Quando si dice: il cristianesimo è la vera religione, mi fa venire un nervoso… il cristianesimo non è’ la vera religione altrimenti sarebbe come dire: ci sono molte religioni. Adesso ci mettiamo qui, facciamo a botte e vediamo chi vince. Chi ha il primato? Il cristianesimo è la vera religione! E poi, proprio per questo dice, «ma anche le altre religioni hanno in sé del vero e quindi in fondo in fondo anche in esse c’è qualche cosa di buono che porta a Dio»… Lo so che si fa questo discorso, ma il cristianesimo non centra niente con la religione perché la religione è: l’uomo che si lega a Dio rendendo a Dio il culto che gli è dovuto. Il cristianesimo non dice che l’uomo deve legarsi a Dio, ma che Dio ha assunto la natura umana! E’ Dio che si lega all’uomo, non l’uomo che deve legarsi a Dio.
Avete mai sentito di un mussulmano che parla di un mussulmanesimo anonimo? Per un mussulmano uno che non è mussulmano è un infedele. […] Per un ebreo uno che non è ebreo non fa parte del popolo eletto. Perché sono religioni! C’è un aspetto di visibilità, di atteggiamento cultuale che è esclusivo, cioè esclude! Nel cristianesimo invece si dice: ma uno che non è stato battezzato e non per colpa sua non è mai stato raggiunto dal messaggio cristiano, questo qui non va “all’inferno”. Ma Dio è forse legato ai sacramenti? No, Dio la grazia l’ha può dare  a chi vuole e quindi se uno non è stato battezzato e non per colpa sua non è mai stato raggiunto dal messaggio cristiano  può essere cristiano, anche se apertamente mussulmano, anche se apertamente buddhista, anche se apertamente ebreo. Perché? Perché il cristianesimo non si risolve nell’atteggiamento religioso, il cristianesimo è partecipazione della vita divina con la grazia santificante! Non si può dunque dire che il cristianesimo è la vera religione, perché non centra niente con la religione! Anche se ci sono degli elementi religiosi, non si risolve nella religiosità. E per fortuna! Perché se si risolvesse nella religiosità, visto che il cristianesimo porta all’espansione massima il legame con Dio, il cristianesimo implicherebbe l’espansione massima della religione. E l’eccesso di religione è superstizione. Quando uno non arriva a calibrare teologicamente le idee del cristianesimo, corre il rischio di confondere la fede con la religione e cominciano i guai. Crede di credere, ma in realtà son miscugli di diverse religioni: sono le sette. Diventerebbe una setta anche il cristianesimo, setta tagliata su misura. […]“

Padre Giuseppe Barzaghi OP, L’essenza del Cristianesimo, Accademia del Redentore, http://www.accademiadelredentore.it/blog-it/L%27essenza-del-cristianesimo.-Prima-conferenza-45.html, Bergamo 1998

Parafrasi moderne

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“L’arte mediocre che dà alla piattezza l’aspetto di un discorso profondo è da temere come la peste”

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

“l’arte miserrima che dà alla profondità l’aspetto di un discorso piatto è da temere come l’ebola!”

il sottoscritto

Perché educare alla fede?

“Se noi arrivassimo a riconoscere nella dimensione “di fede” una dimensione strutturale dell’essere umano, saremmo motivati ad intervenire su di noi e sui nostri figli per fare in modo che anche questa dimensione possa prendere forma come tutte le altre dimensioni che noi riteniamo siano importanti. Leggiamo cosa dice un Padre della Chiesa: «C’è nella vita un’azione o un affare d’importanza che non lo si promuova o lo si intraprenda o lo si inizi senza che preceda la fede? Viaggiate, navigate: non credete di ritornare a casa, dopo aver risolto gli affari in sospeso? Spaccate la terra con l’aratro e la riempite completamente con i vari semi: non credete di raccogliere le messi coll’avvicendarsi delle stagioni? Vi unite in matrimonio con patti coniugali: non credete che rimarranno puri e che saranno un’alleanza legittima per i coniugi? Accettate la prole dei figli: non sperate che si mantengano in buona salute e attraverso le tappe dell’età raggiungano il traguardo della vecchiaia?» (Arnobio il Vecchio [255-327], Difesa della vera religione , II, 8)
Cosa ci vuol dire Arnobio? Ci dice che noi continuamente viviamo in una dimensione di fede perché noi continuamente facciamo progetti sull’avvenire, continuamente noi ci sporgiamo verso il futuro e questi sono tutti atti di fede. Perché in realtà nessuno di noi ha la minima certezza di quello che ci possa capitare fra un secondo. Nessuno. Perché la vita umana è tutta nella più totale contingenza, cioè è tutta nella condizione di una costante esposizione a qualunque situazione, ma la nostra vita concretamente, in ogni momento, si sporge sull’avvenire e quindi pratica un tipo di proiezione che ha a che fare con la fede. Allora a questo punto la dimensione di fede non è una dimensione estranea all’essere umano. Al contrario a questo punto la dimensione di fede è una dimensione che è dentro la vita umana e credo che se noi torniamo con la mente alle generazioni che ci precedono e osserviamo quanto queste generazioni hanno scommesso sul futuro, e noi siamo la prova di questa scommessa, ebbene noi troviamo che quelle generazioni vivevano questo aspetto di fede in maniera molto più tonica di quanto si fa ora da noi. Sia la fede religiosa che la fede laica. Perché quelle generazioni guardavano al proprio futuro con propensione ad affermare sé stesse, ad impegnarsi, a costruire qualcosa, a mettere al mondo figli. Perché erano cristiani, ma anche perché coltivavano altre prospettive di fede laica. Attenzione, non sto dicendo che il cristianesimo sia l’unica religione possibile, ma che occorre piuttosto riconsiderare la dimensione della fede laica nella vita quotidiana.[…] Essenziale infatti per aprirsi ad una dimensione religiosa è riconoscere che la fede è fondamentale, infatti se riconosciamo questo il problema non è più se credere o non credere che è scontato, ma in chi o in cosa credere. Ed è già un bel salto, perché significa avere riconosciuto che questo capitolo non può essere trascurato senza un grave impoverimento, diminuzione, di quella che è la vita. Nostra e dei nostri figli.
E qui arriviamo all’ultimo passaggio: il confronto con la scienza. La scienza è stata l’elemento che negli ultimi due secoli è calato nella dimensione della fede per azzerare la prospettiva religiosa. Come a dire: fino ad ora si sono credute certe cose perché eravamo ignoranti. Adesso che finalmente abbiamo capito come stanno le cose, noi possiamo disfarci delle mitologie religiose e finalmente abbracciare un tipo di vita scientifico, ossia certo. E allora leggiamo cosa dice Karl Popper, epistemologo, circa come si sviluppa una scoperta scientifica. Egli capisce che le scoperte scientifiche non avvengono perché si mettano uno dopo l’altro fatti certi, ma perché ad un certo punto si scopre che una cosa che si riteneva vera in realtà non è più vera e quindi questo determina un avanzamento della conoscenza: «“È (…) logicamente inammissibile l’inferenza da asserzioni singolari ‘verificate dall’esperienza’ (qualunque cosa ciò possa significare) a teorie.»
Cioè dice lui: è impossibile passare da verifiche sperimentali a teorie definitive.
«(…) le teorie non sono mai verificabili empiricamente. (…) Queste considerazioni suggeriscono che, come criterio di demarcazione fra ciò che è scientifico e quello che non lo è, non si deve prendere la verificabilità , ma la falsificabilità di un sistema. In altre parole: da un sistema scientifico non esigerò che sia capace di essere scelto in senso positivo, una volta per tutte; ma esigerò che la sua forma logica sia tale che possa essere messo in evidenza, per mezzo di controlli empirici, in senso negativo: un sistema empirico deve poter essere confutato dall’esperienza»
(Karl Popper [1902-1994], La logica della scoperta scientifica [1959], Torino, Einaudi, 1970, pp. 21-22 ).
Noi oggi riteniamo che quello che ci dice la scienza sia vero fino a prova contraria. Cioè fino a quando non si farà un esperimento che facendo riconoscere che le cose stanno diversamente, produrrà un avanzamento delle conoscenze scientifiche. Perché è importante questo passaggio? Perchè la giustificazione che si era portata per cancellare la dimensione religiosa/fede laica e sostituirci la conoscenza scientifica era precisamente che la scienza desse accesso ad un sapere definitivo. Si dice(va): la fede da una conoscenza incerta – tant’è che nella fede si parla di mistero, che significa soltanto che ciò che noi conosciamo di Dio, non esaurisce quello che Dio è – invece la scienza ci da una conoscenza certa, definitiva. Quindi, si conclude(va), scommettiamo su ciò che è certo. Ma oggi questa affermazione non può più essere fatta. Perché finalmente si è capito che anche la scienza dà conoscenze temporanee, dà conoscenze che valgono fino a prova contraria. Quindi a questo punto la scienza non ha alcuna certezza da vantare rispetto alla fede; la scienza come la fede sono modalità per affrontare la realtà, la datità del reale, sapendo che rimane sempre un margine di mistero che non può essere esaurito.”

Giuseppe Mari, Santuario del Carmine 13/5/2012, Conferenza “Perché educare alla fede?”, Accademia del Redentore. Reperibile on line

Elezioni 2013

“Se fanno una legge che vieta i Lego vado via dall’Italia!”

Mio figlio Lorenzo, 7 anni, dopo la spiegazione su cosa siano le elezioni.
Mi regala un sorriso e una speranza: che davvero non si faccia problemi ad andarsene da qui.